Editoriali

MEGLIO TARDI CHE MAI

Spaghetti e pallone, ultimo rito della domenica italiana. Lo impone la tv padrona, e il fruscìo degli euro blandisce i presidenti: nessuno si preoc­cupa delle difficoltà dei calciatori e nessuno bada ai sacrifici dei tifosi. E’ il calcio mo­derno, bellezza, quello che viola lo spogliatoio e spalma le emozio­ni, ogni giorno e ogni ora buoni per catturare te­lespettatori ( e dal­l’altra parte ra­strellare con­tanti), pa­zienza se i campioni boccheggiano in un mezzogiorno di fuoco o congelano in notturne siberia­ne. Tutti distratti, se non complici, mentre l’avidità mortifica lo spettacolo, salvo poi svegliarsi quando il rito s’affaccia e svela le sue controindicazioni: 32 gradi a Bari («E 90 per cento d’umidità» chiosa Ventu­ra), ventidue ragazzi che si trascinano, un marcantonio come Acquafresca che resta senza fiato ed è costretto ad abbandonare la contesa, il presidente del Cagliari, Cel­lino, che si scaglia contro il via alle 12.30 sino a suggerire lo sciopero ai calciatori.
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MILAN, CON IBRA SI PUO’ SOGNARE. ROMA PIU’ FORTE

Sul podio dell’ultimo campiona­to, avevano affiancato l’Inter padrona: Roma seconda, tradita dal suicidio con la Samp, Milan terzo con dentro il rimpianto d’un sorpasso buttato via lungo la stra­da. Entrambe, aspettando la rivin­cita, avevano l’obbligo di rafforzar­si per rafforzare un sogno, ridurre il gap dallo squadrone morattiano e rinnovare la sfida-scudetto. Ri­bellarsi, in poche parole, a una dit­tatura che è zucchero filato per chi tifa nerazzurro, però ruba incer­tezza e dunque spettacolarità alla stagione, col rischio di narcotizza­re l’interesse di chi professa altre fedi o ama solo divertirsi. Ebbene, la missione è compiu­ta. Milan e Roma hanno compra­to campioni e oggi vendono, giu­stamente, speranze, sventolano
ambizioni nuove che si tramutano in minacce per l’Inter.

Anche perché, al­le loro strategie, corrisponde un’ano­mala fiacca nerazzurra: mercato sta­gnante e organico immutato, peggio­rato a essere pignoli ché Coutinho non sembra ancora Balotelli, senza conta­re le crepe che possono allungarsi sul­le motivazioni d’un gruppo collezioni­sta di successi.

Quanto può avvicinarsi, a una squa­dra così, il Milan impreziosito da Ibra­himovic e Robinho? Montano l’entusiasmo e gli abbonamenti, monteran­no i gol e la fantasia, Allegri avrà la possibilità di combinare a piacimento tecnica, potenza, velocità, istinto. Un gigante e un giocoliere accanto a Pa­to e Ronaldinho: due fuoriclasse per esaltare un team già competitivo.

E quanto può avvicinarsi la Roma che proprio dal Milan ottiene Borriel­lo, beffardamante sfilato alla Juven­tus come già era accaduto per Burdis­so? In rossonero, con tanta meraviglia offensiva, Marco era diventato un lus­so tattico, mentre a Roma è l’uomo giusto al posto giusto, la punta di dia­mante che si aggiunge a Totti e Vuci­nic, aspettando che Adriano raggiun­ga il top della forma, senza mettergli fretta e trasmettergli pressioni.

Sì, Roma e Milan son più vicine. Pos­sono sorridere, pensare in grande, riepilogare con soddisfazione un’estate di trattative, vertici, firme. E di sor­prese, dolcissime, concentrate nel fi­nale: Berlusconi aveva dichiarato pubblicamente che non era più tempo di scialacqui e follie, Rosella Sensi sembrava “ rimpicciolita” dalle note vicende societarie, e invece, d’incan­to, i due presidenti si sono felicemen­te smentiti, trasformato mugugni e dubbi in applausi. Forse bluffavano, forse hanno trovato un tesoro, forse hanno solo ascoltato il cuore, forse hanno mostrato fantasia quanto Ro­naldinho e Totti in campo: poco importa, importano i campioni nuovi, i Masaniello scelti per ribellarsi all’In­ter.

DOMINIO EUROPEO

La Germania giovane e multietnica che irrompe in semifinale non travolge soltanto l’Argentina, ma anche certe affrettate conclusioni. Il Mondiale, per un buon tratto, è sembrato uno spot del calcio suda­mericano, con le grandi Nazionali fedeli alla tradizio­ne e le outsider capaci di reggerne il passo. Mentre Lippi e Domenech abbandonavano, sbertucciati, al primo turno, il mondo si scusava con Maradona e Dunga, tacciati alla vigilia, rispettivamente, d’ine­sperienza e tatticismo esasperato, invece rivalutati da una partenza giusta.
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FIORENTINA, LA GARANZIA È LA SOCIETA’

In un calcio che non ha memo­ria, e talvolta neanche cuore, la reazione di Firenze all’addio di Cesare Prandelli è conciliante: né musi lunghi, né conàti di gelo­sia, soltanto l’eco di applausi ri­conoscenti, suggeriti da buoni ri­sultati sportivi e da ottimi rap­porti umani. La gratitudine, pe­rò, non deve tracimare in rim­pianto. E l’affetto non può diven­tare una prigione. Perché persino il calcio che custodisce la memo­ria, è fatto di pagine voltate e nuovi cicli. Giusto, dunque, sen­tirsi legati a Prandelli; inconce­pibile sentirsi perduti senza Prandelli.
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UN MARZIANO PER NEMICO

Prigioniera di un sogno dolcissi­mo. L’Inter conquista a Mosca la quinta vittoria consecutiva in Champions League e José Mourin­ho non si nasconde più: «Vogliamo la finale di Madrid. E vogliamo vin­cerla… ». Di mezzo c’è il Barcellona dell’ex Ibra e del marziano Messi, però stavolta il tecnico portoghese non cede alla presunzione e non vuole provocare: le sue parole, semplicemente, sono impastate di consapevolezza e orgoglio, lui sa cosa può dare questo gruppo e aspetta Guardiola senza un filo d’invidia.
La svolta, forse, si è davvero veri­ficata a Kiev. Continua »

UN’OCCASIONE IRRIPETIBILE

Il «rumore dei nemici», stavolta, è assordante. Attorno all’Inter, il cerchio si stringe. Ridimensionata da una striscia negativa impensa­bile – 7 punti in 6 partite: mai ca­pitato, in carriera, a José Mourin­ho – la squadra nerazzurra può ri­trovarsi il Milan addosso e la Ro­ma a pochissimi passi. Già, perché l’incubo vissuto a Catania, trasfor­ma in opportunità eccezionali gli impegni di Leonardo e Ranieri. I quali, omettendo scaramanzie e frasi fatte, escono allo scoperto e sussurrano la parolina scudetto.
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MIHAJLOVIC VOLA, LA LAZIO TREMA

Con le prime in classifica impegna­te tutte domenica – quasi un amarcord dei tempi andati: forma­zioni cantilenate, portieri in nero, ra­dioline… – è il batticuore salvezza a infiammare la vigilia. Senza storia il primo anticipo, Catania-Bari 4-0: gol, quelli siciliani, che sono urli contro i requiem recitati troppo in fretta. In bilico sino in fondo il match serale, Lazio- Fiorentina 1-1: biancocelesti illusi da Siviglia (ancora un difenso­re in gol, ma dove sono gli attaccan­ti?) e poi abbagliati dal cuore viola, inguardabili nella ripresa, prigionie­ri d’una Fiorentina rabberciata ma al confronto gigantesca, infilzati da Keirrison dopo un lungo assedio. Continua »

Servirebbero nervi saldi

Della sfida tra Inter e Sampdoria, marchiata da esagerate tensioni nerazzurre e coraggiose decisioni arbitrali, al 90° non restano gol, ma facce, gesti, espressioni. Mourinho che incrocia i polsi e simula le ma­nette, mostrandole a San Siro; Mou­rinho che alterna sguardi di pietra e smorfie di disappunto; Mourinho che ride sarcastico quando Eto’o viene pescato a cercare un rigore che non c’è; Mourinho che si sbrac­cia e impreca, scuote il capo e guarda il cielo. E i suoi appresso, nervo­si. E poi la gente, con un’improvvi­sata pañuelada.
Dietro sceneggiate e scenate, le espulsioni di Samuel e Cordoba, che sforbiciano la squadra nel primo tem­po, lasciandola in balìa di un’avversa­ria incapace tuttavia di profittarne. Undici contro nove sin quasi al tra­monto del match, Del Neri non osa o almeno non affonda la sua squadra: manovre lente, con­clusioni rade e cross sterili, si­no al rosso sventolato a Pazzini. Ora respirano, i nerazzurri, e costruiscono con Eto’o addirit­tura la più pulita palla- gol della serata, respinta da Storari men­tre il popolo interista sta già per gridare al miracolo. Continua »

UN CAMPIONATO MENO CHIUSO

La notte di Parma “ risparmia” il campionato: non realizza il sogno dell’Inter, non tramortisce le speranze di Roma e Milan. La notte di Parma finisce con un pareggio ipocalorico, che puntella il vantaggio però nega il decollo, evita di trasformare il resto della stagione in acca­demia. Continua »

JUVE SQUADRA SENZA SERENITA’

Piccola Juve. Incapace ormai di vincere. Ferita dal tascabile Filippini (di testa: ro­ba da guinness…), tenuta a galla da Legrot­taglie, mortificata dal Livorno persino sul piano del palleggio. Piccola Juve. Ostaggio di una crisi infinita, tradita ancora una vol­ta dai suoi campioni, confusa da Zaccheroni che pretende di ridisegnarla in pochi giorni. Il 3-4-3 non restituisce vigore né fiducia, non sottrae la squadra a una china pericolosa, non cancella gli errori che l’hanno strappa­ta alla zona Champions. Così fragile, questa Juve, da guardare il pari di buon occhio, si­no a sacrificare Del Piero per un centrocam­pista bambino quando Melo viene espulso dal campo. Peccato che il risultato la risuc­chi ancora di più verso il basso: adesso è ad­dirittura sesta, scavalcata dal Palermo. Continua »