Editoriali

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ITALIA, SI PUO’ SOLO RISALIRE

La peggiore Italia di sempre, dopo una delle più belle. Il ribaltone in quattro anni è stato totale, avevamo visto e denunciato da tempo le allarmanti analogie con Messico ‘86. Ma questo non ba­sta a spiegare una caduta così rovi­nosa, vergognosa. Non ci sono scu­se e vediamo perché. Lippi ha sba­gliato molto, dopo essere stato in Germania il numero uno. Ha sba­gliato in questi due anni, sottovalu­tando con ostinazione segnali in­quietanti e precisi: una qualificazio­ne più che faticosa, molto anonima senza squilli, nonostante il giro­ne facile. Il tonfo della Confede­ration e una sostanziale inaffi­dabilità della squadra. Ha per­severato nell’errore, continuan­do a puntare sugli juventini che, nel frattempo, cadevano come pere mature per infortuni e si lasciavano travolgere da una stagione orrenda.
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TUTTI A CASA

C’è anche un lato comico, ridicolo, nella vicenda. Che qualcuno ha scambia­to per un estremo, vi­rile, atto di coraggio. Lippi che si presenta in sala stampa e so­lennemente annun­cia: « E’ colpa mia » . Come se uno ti tam­ponasse a tutta forza mentre sei fermo al semaforo e non tro­vasse di meglio che scendere per rassicu­rarti così: « E’ colpa mia » . Ma come è col­pa mia? Certo che è colpa tua. Ci manche­rebbe altro. Fammi piuttosto capire a co­sa stavi pensando, perché non hai ral­lentato, se ti eri pre­occupato di vedere se funzionassero i freni.

Invece è bastato questo, « E’ colpa mia » , e c’è mancato poco che Lippi si aspettasse addirittu­ra l’applauso. L’ap­plauso per aver scrit­to, dopo una delle pa­gine più belle della storia azzurra con la conquista del quarto mondiale, sicuramen­te la pagina più brut­ta, umiliante, mortifi­cante della nostra na­zionale. Una Corea, anzi di più: peggio della Corea. Perchè quel più brut­ta, umiliante, mortifi­cante della nostra na­zionale. Una Corea, anzi di più: peggio della Corea. Perchè quel 19 luglio di 44 anni fa perdemmo ( in dieci) contro una ri­vale che non avrebbe dovuto crearci il mi­nimo fastidio. Ma sta­volta, e non era mai successo nella storia dei Mondiali, siamo stati eliminati al pri­mo turno senza aver vinto una partita. Contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slo­vacchia. Un record pazzesco, che Gattuso ha sinceramente foto­grafato con uno slo­gan. « Siamo i cavalie­ri della vergogna ».

Ma visto che a Lippi è bastato, ovviamen­te, prendersi le pro­prie responsabilità, resta da capire e da approfondire il per­chè di una figuraccia che non ha preceden­ti. E chiama in causa, ma ci arriveremo, an­che i nostri dirigenti.
1) Da oggi un po’ tutti, vedrete, si lan­ceranno nell’analisi più scontata e banale in situazioni come queste. Si tornerà a dire che il problema sono gli stranieri, che un solo giocatore ( De Rossi) milita nelle prime due classifica­te, che il livello del nostro calcio non è stato mai così basso. Talmente ovvio da non meritare un ap­profondimento. E che sarebbe andato bene se avessimo perso con la Spagna, l’In­ghilterra, il Brasile, la Germania, l’Argen­tina, l’Olanda, maga­ri il Portogallo. Continua »

MARCHISIO O CRUYFF?

Abbiamo una sola, grande, speranza. Che in questo momento è un inno al­l’ottimismo, alla fiducia, alla scaramanzia. Ventotto anni fa, ai Mondiali spagnoli, fa­cevamo più o meno gli stessi discorsi: che pena, gli azzurri. Poi successe qualcosa di incredibile e, superato tra mille stenti il girone, riuscimmo addirittura ad arrivare sino in fondo. Continua »

ORA QUALITÀ: MONTOLIVO PIÙ PIRLO

Che avessimo grinta, caratte­re, non è stato mai in discus­sione. Il problema, il dubbio del­la vigilia, era piuttosto legato al­la qualità complessiva della squadra. E il dubbio è rimasto, anzi è diventato sempre più forte. Perché l’Italia ha risposto sul piano della combattività – con Cannavaro e Zambrotta, De Ros­si e Pepe sugli altri – ma è sulla trequarti che siamo mancati. Il Paraguay, dipinto e presentato con troppa enfasi, ha conferma­to di essere semplicemente, o solamente, una squadra di peda­latori e gregari. Logico, dunque, che bastasse un Montolivo di­scretamente ispirato per avere la superiorità a centrocampo: si sa che le idee corrono più velo­ci delle gambe. Continua »

PUNTO SULL’ARGENTINA, PUNTO SU MARADONA

Comincia oggi un Mon­diale che passerà alla storia, il primo Mondiale africano. Pieno di perso­naggi, storie, gonfio di quel fascino che sa tra­smettere una competizio­ne quanto mai equilibrata. Chi vuole andare sul sicuro – perché poi è difficile ammettere di aver sba­gliato pronostico, come se fosse questo il metro da cui si giudica un “opinio­nista” – accredita quattro squadre dei favori del pro­nostico: Spagna, Brasile, Argentina e Inghilterra.
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UNA SCELTA CORAGGIOSA

Questa volta Lippi ha avuto un guizzo. Era partito con una squadra già nella testa, l’ha cambiata di netto perchè ha capito che non sarebbe andato lontano. Rara­mente capita che un ct faccia ribaltoni negli ultimi giorni di lavoro, prima di salire sull’ae­reo che porta al mondiale. Lip­pi l’ha fatto con i rischi del ca­so, ma anche con un certo co­raggio. La nazionale che stase­ra fa le prove contro il Messi­co è una nazionale diversa da quella che abbiamo visto nei due anni della qualificazione.
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FIORENTINA, LA GARANZIA È LA SOCIETA’

In un calcio che non ha memo­ria, e talvolta neanche cuore, la reazione di Firenze all’addio di Cesare Prandelli è conciliante: né musi lunghi, né conàti di gelo­sia, soltanto l’eco di applausi ri­conoscenti, suggeriti da buoni ri­sultati sportivi e da ottimi rap­porti umani. La gratitudine, pe­rò, non deve tracimare in rim­pianto. E l’affetto non può diven­tare una prigione. Perché persino il calcio che custodisce la memo­ria, è fatto di pagine voltate e nuovi cicli. Giusto, dunque, sen­tirsi legati a Prandelli; inconce­pibile sentirsi perduti senza Prandelli.
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