Editoriali

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L’EPOPEA DEI MORATTI

Ne son bastati dieci, per fermare il grande Barça. Dieci gladiatori, con­tro timidi e arroganti palleggiatori. Brava Inter, ti riprendi una finale di Champions dopo 38, lunghissimi, anni e regali anche al calcio italiano una bella emozione, uno scatto di reni che ci vo­leva. Un’impresa ancora più grande, se si pensa a quel rosso sventolato a Thia­go Motta dopo nemmeno mezz’ora e che ha fatto temere un crollo di nervi prima che atletico. Ma l’Inter si è rive­lata solidissima. Lo era da tempo e no­toriamente sotto l’aspetto fisico e strut­turale, ora ha dimostrato di esserlo so­prattutto nella testa. Si è battuta con lu­cidità, con personalità, con freddezza, senza subire il Camp Nou o la leggenda, Continua »

E L’UNIFORMITA’ DI GIUDIZIO?

L’Inter si è ripresa il primo posto a tre giornate dalla fine, grazie alla vittoria della Sampdoria in casa della Roma, che ha scatenato la protesta di Rosella Sensi per due rigori negati sull’1-0. Fortissima la delusione per i giallorossi, che hanno disputato uno straordinario primo tempo, segnando con Totti, prima di subìre la rimonta blucerchiata. Si è interrotta così, nel più amaro dei modi, la lunga striscia positi­va in campionato di Ranieri, che nel fi­nale ha tentato il tutto per tutto, met­tendo insieme quattro attaccanti e Tad­dei sulla linea dei terzini al posto di Cas­setti. Non c’è stato nulla da fare, dopo il primo gol di Pazzini, anzi la squadra ha inevitabilmente finito per sbilanciarsi, Continua »

Il coraggio di Ranieri

La Roma si è ripresa il primo posto, vincendo il più incredibile, roman­zesco, derby che qualcuno potesse im­maginare. A quattro giornate dalla fi­ne, i giallorossi hanno effettuato il con­trosorpasso all’Inter, con una prova di coraggio che non ha precedenti. Il co­raggio dei giocatori, ma anche e so­prattutto il coraggio di Ranieri, auten­tico protagonista, che ha fatto ciò che nessuno poteva pensare: non lo avreb­bero neppure pensato i suoi colleghi allenatori, non lo avrebbe neppure pensato qualsiasi tifoso. Poteva farlo, probabilmente, solo un tecnico roma­no: uno che della città ha assorbito gli umori e le emozioni, ma con la sua esperienza internazionale è riuscito a fare una scelta che sembrava – e anco­ra oggi, se ci pensi bene – sembra im­possibile. Fuori Totti e De Rossi, un pizzico per scelta tattica, perché biso­gnava rinforzare le fasce, ma molto, molto di più per una scelta psicologica: i due, capitano e vicecapitano, romani prima ancora che campioni del mondo, faticavano a entrare mentalmente in partita e poi erano già ammoniti. Un errore, il più piccolo, avrebbe segnato definitivamente la partita.
La Roma è rientrata in campo, dopo un primo tempo in cui la Lazio aveva fatto molto meglio, come pervasa da una scossa elettrica.

Certo, sarebbe stata una ga­ra diversa se la bella Lazio del primo tempo avesse tim­brato il due a zero sul rigore parato da Julio Sergio. Su quel pallone è invece comin­ciata la riscossa giallorossa, che è passata dalla fantasti­ca doppietta di Vucinic ma anche dal mostruoso lavoro di Toni e da quel modo di controllare il pallone di Me­nez – uno, due, tre tocchi di esterno, come sanno fare so­lo i grandi – che si è trasfor­mato nella leva per aprire e sollevare la trequarti lazia­le. Reja, che aveva imposta­to benissimo la partita, si è trovato così nella necessità opposta. Dal possibile due a zero all’uno-due il passo è stato enorme: la Lazio co­munque non ha mollato e grazie anche a un imprendi­bile Zarate, buttato nella mi­schia, è rimasta in partita fi­no all’ultimo tuffo. Era lì, an­che in dieci contro undici per l’espulsione di Ledesma, a spingere, a provarci. Inac­cettabile che un derby così emozionante, corretto in campo fino al novantesimo, abbia vissuto lo sgradevolis­simo epilogo delle liti e dei contatti tra i protagonisti e si sia trasformato in una sor­ta di battaglia nelle vie intor­no allo stadio.
Quell’attimo che ha segna­to la partita, la parata di Ju­lio Sergio sul rigore di Floc­cari, ha anche ridisegnato gli scenari complessivi del campionato delle due squa­dre. La Roma si è ripresa il primo posto, in una corsa che – tanto più dopo la scon­fitta del Milan a Marassi – è diventata definitivamente a due. Gli esami per i giallo­rossi, che hanno eguagliato il record di 24 risultati utili consecutivi stabilito con Ca­pello, non sono ancora finiti, a cominciare dalla prossima partita con la Samp. Ma, co­me dice giustamente Ranie­ri, è sempre meglio, molto meglio, essere arbitri del proprio destino.
La Lazio, passata dal pos­sibile due a zero alla sconfit­ta finale, deve invece torna­re pesantemente a concen­trarsi su quella corsa alla salvezza che non si è ancora conclusa. Perché nel pome­riggio si è rifatta sotto l’Ata­lanta, capace di battere una Fiorentina che a questo pun­to è chiamata complessiva­mente, Prandelli compreso, a prendersi una rivincita nella prossima stagione. E perché si è avvicinato anche il Bologna che ha sfiorato l’impresa a Udine ed è stato raggiunto solo nel finale dal solito Di Natale. Di sicuro i rossoblù sono apparsi però nuovamente concentratissi­mi sul campionato dopo un periodo in cui forse hanno creduto di essere già salvi e quasi in vacanza. Appassionante, come la corsa scudetto e quella per la salvezza, anche la sfida per l’Europa. La Sampdoria ha conquistato il quarto po­sto che vale la Champions, ma il calendario per i blu­cerchiati è tutt’altro che agevole e la concorrenza non molla. Il Palermo con un’accelerazione finale ha agguantato il Cagliari, recu­perando due gol; il Napoli ha piazzato il colpo a Bari con una strepitosa doppietta di Lavezzi. Si è fatta dura per la Juve che adesso ha sei pun­ti di distacco dalla Samp e quattro da Delio Rossi. Ma le sorprese come gli scontri diretti non sono finiti: Paler­mo e Samp si affronteranno alla penultima, mentre nel­l’ultima giornata è in pro­gramma il confronto tra Samp e Napoli. E’ un cam­pionato straordinariamente avvincente.

ORA LA PALLA TORNA A RANIERI

Il gol di Maicon è strepitoso: un con­centrato di tecnica e potenza. Come se le qualità del brasiliano si fossero fu­se in quell’attimo, in quel gesto: piedi e muscoli al servizio dell’Inter. Questa rete però, per quanto spettacolare, è più importante che bella, perché pesa tantissimo nella corsa verso lo scudet­to. Se Roma e Inter, le duellanti, aveva­no ciascuna un ostacolo molto, molto al­to da superare da qui alla fine del campionato – il derby e la Juventus – i neraz­zurri hanno scavalcato il loro. Adesso, cioè domani, tocca alla Roma, sulla quale finisce tutta la pressione proprio alla vigilia della più sentita, sofferta e imperscrutabile sfida dell’anno, contro la La­zio.

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SCUDETTO DEL 2006: E’ GIUSTO REVOCARLO

Calciopoli, così abbiamo battezzato lo scandalo sin dal primo giorno, è tor­nato prepotentemente al centro dell’at­tenzione. E l’udienza di ieri a Napoli ha scandito una lunga giornata, tra indi­screzioni, nuove intercettazioni, prese di posizione e commenti durissimi. Set­tantacinque telefonate – è questa una pietra miliare del processo – sono state acquisite dal giudice, che affiderà la trascrizione al proprio perito. Nel frat­tempo, però, si è scatenata già la bagar­re su alcuni colloqui tra Facchetti e Bergamo, in cui si parla di Collina, di Bertini, del delicato momento dell’In­ter, di un enigmatico incontro con Mo­ratti. Novità di cui è doveroso prende­re atto, senza partecipare al muro con­tro muro che non deve inquinare un passaggio così importante di un proces­so che ha segnato la storia dello sport più popolare.
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IL SORPASSO DI RANIERI

Era dal 10 febbraio del 2002, dun­que da otto anni, che la Roma non era da sola in testa alla classifica nel girone di ritorno. Si è ripresa il primo posto dopo un inseguimento di 23 giornate, in cui ha recuperato un di­stacco di quattordici punti dall’Inter, cioè dalla squadra che – di contro – do­po il giro di boa non era seconda a nessuno da quattro anni. Fantastica la cavalcata dei giallorossi, che han­no sofferto e lottato per battere l’Ata­lanta, sospinti – così come era succes­so anche a Bari – dai loro tifosi. Que­sto per dire, e lo dimostrano anche i cinquemila che hanno accompagnato la Lazio nell’exploit di Bologna, che conta, eccome se conta, la gente.
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UN MARZIANO PER NEMICO

Prigioniera di un sogno dolcissi­mo. L’Inter conquista a Mosca la quinta vittoria consecutiva in Champions League e José Mourin­ho non si nasconde più: «Vogliamo la finale di Madrid. E vogliamo vin­cerla… ». Di mezzo c’è il Barcellona dell’ex Ibra e del marziano Messi, però stavolta il tecnico portoghese non cede alla presunzione e non vuole provocare: le sue parole, semplicemente, sono impastate di consapevolezza e orgoglio, lui sa cosa può dare questo gruppo e aspetta Guardiola senza un filo d’invidia.
La svolta, forse, si è davvero veri­ficata a Kiev. Continua »

UN’INCERTEZZA ENTUSIASMANTE

Solo apparentemente tutto è rimasto come prima. Perché l’Inter conti­nua a dimostrare di essere una gran­dissima squadra, ha ancora un punto di vantaggio e il pallino in mano. Ma delle tre di testa era l’unica a giocare in casa e, almeno sulla carta, poteva sperare che Roma e Milan le conce­dessero un metro. Invece no. Ranieri e Leonardo hanno superato due trasfer­te insidiose, Bari e Cagliari, rinviando il discorso alle prossime partite. Continua »

MOU STIA ZITTO O PARLI CHIARO

Proprio all’indomani della vittoria sul Cska che proietta l’Inter ver­so le semifinali di Champions, e nel giorno tanto atteso (dall’Inter) delle scuse di Balotelli, Josè Mourinho ha deciso di interrompere il suo partico­lare silenzio stampa, quello che os­serva solo sul campionato. Stavolta, però, ha scelto un linguaggio oscuro, dicendo (anzi scrivendo) frasi di faci­le interpretazione (ci sarebbe un di­segno contro l’Inter) ma dal quale non emergono i nomi dei presunti colpevoli. Continua »

TROPPO FACILE CHIUDERE L’OLIMPICO

Chi voleva assistere dal vivo ad una sfida entusiasmante co­me quella tra Zarate e Lavezzi dovrà restare davanti alla televi­sione oppure scegliere un modo diverso di passare il sabato di Pasqua. Come era nell’aria da qualche giorno, infatti, il Prefet­to di Roma Giuseppe Pecoraro ha deciso di limitare l’ingresso per assistere a Lazio-Napoli ai soli abbonati biancocelesti. Più o meno ventisettemila, se decides­sero di andare tutti: e questa era una partita che sulla carta valeva più di cinquantamila spettatori, se non ci fosse stata quest’ultima restrizione, per­ché i laziali – una volta in­tuito che lo spettro della re­trocessione è davvero troppo vicino – avevano deciso di riempire lo stadio Olim­pico. Ci erano già riusciti contro il Siena, dando alla squadra una spinta decisi­va per vincere e per ripren­dere la strada giusta in campionato.

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