Editoriali

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NEL GIORNO IN CUI ROONEY…

Provate a pensarci almeno un attimo. Senza Ovrebo, e le sue pazzesche deci­sioni, ieri a Firenze – invece che a Mona­co – si sarebbe vissuta una giornata fanta­stica. Al Franchi sarebbe stato di scena il Manchester di Rooney e di Ferguson, il questore Francesco Tagliente avrebbe predisposto il consueto ed efficiente piano di accoglienza per i tifosi ospiti, la gente avrebbe riempito lo stadio e in tribuna – co­me al solito – si sarebbero accomodati Die­go e Andrea Della Valle. E in tanti, tantis­simi accanto a loro: vip della prima e della ultimissima ora. Continua »

LEONARDO IN LOTTA MA…

Il Milan fatica, sbuffa e alla fine, se una squadra può recriminare per il pareggio, questa è la Lazio, tanto più che il rigore dell’1-0 non c’era proprio. E allora la domanda è secca: ci sono an­che i rossoneri nella lotta per lo scu­detto con Inter e Roma, gli squadroni che ci hanno entusiasmato sabato in una sfida di rara bellezza?
La risposta è doppia. Ovviamente sì, c’è anche il Milan nella lotta per lo scu­detto, perché tre lunghezze da recupe­rare sulla prima in classifica sono po­che quando mancano sette giornate al­la fine; perché le qualità tecniche ci so­no; perché i nerazzurri hanno la Cham­pions a fiaccarli. Ma, nello stesso tem­po, la risposta alla stessa domanda può essere no: il Milan, questo Milan, non può sperare di competere con Inter e Roma. Per riuscirci deve ritrovarsi, quindi deve cambiare, anzi si deve tra­sformare. Nelle ultime cinque partite, tre delle quali giocate a San Siro, Leo­nardo ha vinto una sola volta, contro il Chievo a tempo scaduto, e ha convinto una sola volta, a Roma contro i giallo­rossi, ormai oltre venti giorni fa. La differenza con le concor­renti è, oggi, evidente, tant’è vero che in questa settima­na, densa di tre impegni, la Roma ha preso nove punti, l’Inter quattro, il Milan ap­pena due. Urge un’inversio­ne di rotta. E nemmeno l’at­tenuante delle assenze con­sola Leonardo, perché molti dei suoi grandi infortunati (Nesta, Beckham, Pato) non torneranno comunque in tempo per dargli una mano. E poi – sempre per fare il pa­ragone con le rivali – la Ro­ma otto giorni fa con l’Udi­nese ha giocato senza Me­xes, De Rossi, Pizarro, Tad­dei e Totti, eppure ha vinto.
Va comunque detto e sot­tolineato che il Milan ieri s’è anche trovato davanti una bella Lazio: organizzata, compatta, motivata. Una La­zio che, finalmente, si sta esprimendo al proprio livel­lo, e così si sta allontanando sempre più dalla zona retro­cessione. Ora i punti di van­taggio sulla terz’ultima sono cinque e, anche se il calen­dario non è facile, i bianco­celesti stanno confermando ciò che sosteniamo da sem­pre: con un rendimento ap­pena sufficiente, con un po’ di serenità attorno, senza in­gerenze e caos, questa squa­dra non può rischiare la se­rie B. A San Siro i biancoce­lesti avrebbero potuto perfi­no vincere. Ce l’avrebbero fatta se ci avessero creduto un po’ di più alla fine e, so­prattutto, se Tagliavento non avesse trasformato uno «sfondamento» di Flamini in un rigore per il Milan.
Alle spalle del Milan, e da­vanti alla Lazio, diventa sempre più intrigante la lot­ta per l’Europa. Perché al Palermo – lo splendido Paler­mo giovane di Rossi – hanno risposto il Napoli e la Juven­tus, mentre la Sampdoria ha perso mezzo colpo facendosi fermare da un Cagliari che mostra segnali di risveglio. Così ora al quinto posto, al­l’inseguimento dei siciliani, ci sono tre squadre a pari merito: un’altra volata bel­lissima, dalla quale non pos­sono considerarsi escluse nemmeno le formazioni che stanno subito dietro, a co­minciare dalla Fiorentina.
Il Napoli ha piegato il soli­to solido Catania di Mihajlo­vic grazie a un gol di Paolo Cannavaro, uno che proba­bilmente con un altro cogno­me godrebbe di maggiore considerazione, visto che si è portati a ritenerlo il peg­giore dei Cannavaro, anzi­ché uno dei migliori difenso­ri italiani.
Il vero caso del giorno, pe­rò, s’è verificato a Torino, dov’è successo davvero di tutto e dove la contestazione dei tifosi juventini – uno scio­pero civile e legittimo, del resto loro soffrono e pagano e hanno il diritto di manife­stare dissenso – è stata ac­compagnata da un inqualifi­cabile episodio: il colpo alle spalle rifilato a Zebina men­tre saliva sul pullman. Il francese ha reagito con in­telligenza, cioè non ha reagi­to, e ha commentato con sen­sibilità: «Sono un privilegia­to, c’è gente che perde il la­voro e ha diritto di conte­starci se deludiamo». Ha an­che aggiunto che si arrabbia solo quando la protesta è raz­zista. E qui ha ragione non una, ma un milione di volte. Ieri gli ululati sono toccati anche a Seedorf e ci sono tornate in mente le conside­razioni di chi, di fronte ai co­ri razzisti rivolti a Balotelli, sosteneva che quella genta­glia non ce l’aveva con Mario per il colore della pelle, ma perché lui aveva atteggia­menti sbagliati. Un modo per sviare le attenzioni: il problema invece esiste, è enorme e il calcio deve estir­parlo dagli stadi.
Dicevamo della Juventus. Ha giocato male, però ha battuto l’Atalanta: vittoria fondamentale per attenuare (almeno attenuare) le pole­miche. Ha segnato un gran­de gol Del Piero, che non tra­disce mai, e l’ha messa den­tro anche Felipe Melo, uno dei più contestati: che sia l’inizio della risalita? Non sa­rà facile far cambiare idea ai tifosi inferociti con lui, ma il brasiliano ha almeno cerca­to di compiere un passo ver­so la gente rivolgendo agli spalti un gesto di scuse dopo il gol decisivo. Intanto, un po’ di chilometri più a Sud, Pantaleo Corvino – direttore sportivo della Fiorentina ­assicurava che Prandelli non si sarebbe mosso da lì: in attesa che anche il tecnico dica finalmente ciò che pen­sa di fare in futuro, siamo certi che non saranno le pa­role dei dirigenti viola a fre­nare il progetto della Juven­tus legato all’allenatore dei toscani. Intanto, la Fiorenti­na di Prandelli riprende a correre: l’Europa è ancora lì.

UNO SPRINT MERAVIGLIOSO

Gli errori dei guardalinee e dell’arbitro stavolta non sono riusciti ad incidere sul risultato fina­le. La Roma ha battuto l’Inter, candidandosi defi­nitivamente per lo scudetto, ma soprattutto si è di­mostrata più forte di una direzione che, in parti­colare nel secondo tempo, ha lasciato sbalorditi. Se Mourinho può lamentarsi per un contatto al li­mite tra Burdisso e Milito, la Roma può mettere nel conto una collana di sviste da far paura: dal gol dell’1-1 in fuorigioco, al mancato rigore su Brighi con conseguente espulsione di Julio Cesar, fino a una serie di decisioni sul colore dei cartellini, compreso un «martello» indecente di Chivu su To­ni. Lo sottolineeranno in pochi, perché succede sempre così quando vince la squadra più danneg­giata, ma è questa la prima, grande, verità che ha detto l’Olimpico. E che avrebbe avuto ben altra eco se, dopo lo scempio di Morganti e dei suoi col­laboratori, Milito non avesse timbrato il palo, fir­mando piuttosto il 2-2. Qualcuno, allora, ne avreb­be parlato.
Fa bene invece Ranieri a fingere di aver apprez­zato: è così che si fa nel mondo del calcio, dove un pizzico di ipocrisia è indispensabile per non atti­rarsi eccessive antipatie. Il campionato non fini­sce qui: e bisogna saper stare al mondo. Tanto più che la Roma sa anche di aver battuto una grande Inter, che non ha smesso un minuto di crederci, mettendo nella partita tutte le sue qualità e la sua forza fisica. La Roma è passata una volta, ha subì­to il ritorno dei nerazzurri e il gol di Milito, ma senza innervosirsi ha ripreso a cavalcare la gara, chiudendo il conto con Toni. E mettendo in cam­po negli ultimi dieci minuti anche il suo grande «acquisto»: Francesco Totti. L’arma in più per un finale che si annuncia elettrizzante. Con la coraz­zata Inter comunque in piena salute, e mezzo… punto in più dei giallorossi visto che in caso di ar­rivo alla pari adesso vincerebbe la Roma; con il Milan che ha stasera una partita durissima contro la Lazio, ma può legittimamente sperare di rien­trare nel giro scudetto.
Sarà entusiasmante questo finale: straordinaria­mente bello come è stato il confronto tra Roma e Inter, straordinariamente bello come è stato l’ab­braccio dei settantamila allo stadio. Ditelo a chi pensa che il pallone sia solo una questione di au­ditel. Non si è divertito in regia solo Pizarro – un leone – ma anche chi andava a pescare quello show sugli spalti. Il calcio è e rimarrà sempre questo.

È SEMPRE RANIERI L’ANTI-MOURINHO

Se l’era giocata con l’Inter, con Mourinho, anche lo scorso anno, prima di essere ingenerosamente e incredibilmente licenziato dalla Ju­ve. Claudio Ranieri, il grande prota­gonista di questo campionato, auto­re di una rincorsa eccezionale, si prepara adesso a sfidare i nerazzur­ri con una Roma in splendida salu­te. Perché se l’Inter ha mandato un messaggio chiaro al campionato, li­quidando il Livorno con un formi­dabile Eto’o capace di chiudere il conto addirittura in rovesciata, i giallorossi hanno risposto con grin­ta, determinazione, vincendo auto­revolmente su un campo durissimo come quello di Bologna. Alla faccia di chi lo considera un «catenacciaro» e di tutti quelli che non hanno capito la portata dell’im­presa compiuta finora, Ranieri ha mandato subito un messaggio chia­ro ai suoi giocatori, confermando il tridente con cui aveva battuto l’Udi­nese. Ma Ranieri ha fatto anche di più. In vantaggio per 1-0, con la pro­spettiva di poter rinforzare la cer­niera di centrocampo, il tecnico ro­manista ha invece insistito nella sua formula. Continua »

ADESSO È DAVVERO UNA LOTTA A TRE

Il Milan ha fallito la possibilità di effet­tuare il sorpasso, o meglio è stato fer­mato da un grande Napoli che ha con­quistato il primo punto a San Siro del­l’era De Laurentiis. Primo tempo quasi tutto azzurro, con Abbiati protagonista di almeno tre interventi decisivi. Ripre­sa tutta rossonera, con un Ronaldinho straordinario, che ha continuato a crea­re la superiorità numerica con i conti­nui dribbling sugli avversari.
Stavolta è stato De Sanctis a dire no, chiudendo un risultato comunque giu­sto. Al Milan resta il rimpianto di non essere riuscito a mettere la freccia, ma ancora di più resta il dispiacere di aver perso due pedine fondamentali come Nesta e Beckham per il rush finale. Continua »

MOU, IN ITALIA QUALCOSA NON VA

Senza voler esagerare, la giorna­ta di oggi potrebbe essere sto­rica per le vicende recenti del no­stro campionato. E’ la quarta sta­gione consecutiva, infatti, che l’Inter nel girone di ritorno è sem­pre prima e sempre da sola: una squadra perennemente al coman­do, almeno quando conta starci. Così con Mancini, per due anni, e così con Mourinho, dodici mesi fa e adesso. Per ritrovare colori di­versi da quelli nerazzurri al verti­ce della classifica, dobbiamo pen­sare a un altro calcio: altri diri­genti, altri arbitri, un mondo dif­ferente insomma. Il mondo pre­Calciopoli. Continua »

È IL SUCCESSO DI MOURINHO

L’Inter di Mourinho incomin­cia a scrivere qualche pagina di storia. Per carità, è solo nei quarti e il cammino è ancora lun­go, però una vittoria come que­sta spalanca gli orizzonti e pro­babilmente segna una svolta in Europa. La sicurezza, la perso­nalità con cui si è battuta, la qua­lità del calcio che ha fatto vede­re, non solo legittimano una vit­toria così pesante, ma sottolinea­no una crescita a livello interna­zionale che aspettavamo da tem­po. Se l’Inter torna da Londra qua­si ingigantita da questa prodez­za, bisogna subito dire che il ve­ro vincitore è Mourinho.
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Quel fenomeno di Ronaldinho

Un fantastico gol di Seedorf e un gi­gantesco Ronaldinho hanno trasci­nato il Milan a meno uno dall’Inter, riaprendo ufficialmente e definitivamente la corsa allo scudetto. Il Chievo ha resi­stito per un’ora e mezza, lamentandosi anche per un gol annullato a Yepes per un fuorigioco che non c’era, e quando tutto sembrava ormai finito – con i ros­soneri addirittura in dieci per il doloro­sissimo infortunio a Beckham – Seedorf ha trovato un diagonale su cui Sorrenti­no non ha potuto far nulla. E anche se il Chievo si è arreso all’ultimo tuffo, c’è da dire che il Milan fino a quel punto ci ave­va provato in tutti i modi, fermato da un palo clamoroso su un gran tiro di Ronal­dinho e da prodigiosi recuperi in area.
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UN’OCCASIONE IRRIPETIBILE

Il «rumore dei nemici», stavolta, è assordante. Attorno all’Inter, il cerchio si stringe. Ridimensionata da una striscia negativa impensa­bile – 7 punti in 6 partite: mai ca­pitato, in carriera, a José Mourin­ho – la squadra nerazzurra può ri­trovarsi il Milan addosso e la Ro­ma a pochissimi passi. Già, perché l’incubo vissuto a Catania, trasfor­ma in opportunità eccezionali gli impegni di Leonardo e Ranieri. I quali, omettendo scaramanzie e frasi fatte, escono allo scoperto e sussurrano la parolina scudetto.
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DOV’E’ FINITA LA VERA INTER?

La caccia è aperta. Se Milan e Ro­ma ne hanno ancora, è arrivato il loro momento. Ufficiale: l’Inter non è più l’Inter. Lo sospettavamo da un pezzo. Il Catania l’ha buttata giù, con forza, dal piedistallo che si era costruita in questi mesi. Il Catania merita un capitolo a parte, ma l’Inter è ormai alle corde. Il cucchiaio beffardo di Mascara non ha messo in ginocchio solo Ju­lio Cesar, ma tutta l’Inter, la capo­lista al completo. Non ci sono om­bre su questo verdetto forte, chia­ro, impietoso. Dopo aver subìto gioco e fisicità del Catania, l’Inter è andata in vantaggio con un contropiede perfetto, mirabile, scattato con Eto’o sul filo del fuorigioco. Sem­brava la solita storia: la grande che subisce e che poi in un attimo si prende tutto. E invece il Catania, supera­to lo choc, è ripartito più fu­rente di prima. L’Inter ha barcollato, poi è caduta, ha ceduto di schianto, alla fine si è fatta strapazzare come un cencio.
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